| Momenti di tensione (modale semplice per trasgressori) |
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| Scritto da Vincenzo Carpentieri | ||
| venerd́ 19 maggio 2006 | ||
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Supponiamo di dover improvvisare su di una progressione armonica completa ad esempio un giro di Do: (Cmj7 /Amin7 /Dmin7 /G7), un giro come questo, possiede già momenti di tensione e di risoluzione garantiti dalla sua stessa struttura armonica. Anche se rimanessimo fermi tutto il tempo su una qualsiasi nota della scala di Do (con la dovuta cautela se la nota in questione è un Fa) saranno gli accordi stessi a regalarci la sensazione di “movimento” al momento del passaggio da G7 a Cmj7 quando il giro ricomincia. Esistono situazioni, invece, dove il “giro” come l’abbiamo sempre inteso non esiste e la tensione, il movimento o, chiamatela come vi pare, dobbiamo inventarla noi. Benvenuti nella staticità! Posso sinceramente confessarvi che queste sono le situazioni che preferisco! In realtà la maggior parte dei brani funk e gran parte della fusion scritta dalla fine degli anni ’60 ad oggi (quando un tipo di nome Miles inventò il Jazz Modale) hanno strutture armoniche di questo tipo: uno, al massimo due accordi su cui sono costruiti il tema e le improvvisazioni, ed al massimo un cambio di tonalità per il bridge…direbbero dalle mie parti :” ‘e chest’è!”. Al di là della concezione minimalista che caratterizza le composizioni di questo tipo, il punto di forza di quello che poi sarà definito “modale”, è la grossa dose di libertà che viene lasciata all’improvvisatore. Dal momento che non ci sono accordi a dettare quando dove e come il “movimento” dovrà avvenire, il solista sarà libero di tendere e risolvere a suo piacimento. Esempi estremi di questo tipo di libertà sono, Metheny, Henderson o Scofield che spesso e volentieri, “escono fuori” 8 o 16 battute e poi rientrano in tonalità quando meglio credono. Sebbene le soluzioni melodiche per creare tensione siano molteplici, e strettamente legate alla quantità di nozioni teoriche ed alla dose di fantasia di cui disponiamo, in questa sede mi soffermerò su quelle che possiamo trovare non troppo lontano dalle note che più o meno tutti hanno sotto le dita. Consideriamo un accordo minore: Fa min7, le note forti dell’accordo saranno: F Ab C Eb. ..e fin qui tutto bene. La teoria ci insegna che su un qualsiasi accordo maggiore o minore la soluzione più “inside” e sicura è la pentatonica (maggiore o minore a seconda dell’accordo ovviamente). Su questo accordo possiamo suonare la pentatonica minore di Fa: F Ab Bb C Eb, nient’altro che le quattro note dell’accordo più un Bb (quarta di Fa) volendo esagerare potremmo aggiungere la “blue note” quinta bemolle di Fa (Si naturale), mai sentito parlare di “Minor Blues Scale”. Se consideriamo i suoni della nostra scala come suoni “inside” e tutto il resto come note di passaggio, ci sarà facile generare tensione inserendo nel passaggio da una nota inside all’altra tutte le note che stanno nel mezzo (cromatsmi). Esempio 1 Un altro modo di trattare le note “inside” della nostra pentatonica è quello di pensare che se le spostiamo avanti di un semitono diventano “outside” …furbo direte voi (!?!) provate questa sequenza: scarica l'mp3 Esempio 2 In realtà non si tratta di altro che delle quattro note centrali della pentatonica minore spostate in avanti di un tasto alla volta, generando uno strano effetto di: in-out-in-out, che culmina nella risoluzione finale. Soluzione cervellotica: scarica l'mp3
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